Perché un percorso sul tema degli stili di vita?
Da sempre la comunità cristiana ha considerato il rinnovamento dei comportamenti dei propri membri come uno dei segni qualificanti della conversione, attraverso cui essa trova espressione storica concreta.
Tale invito a camminare in una “vita nuova”, su cui spesso ritornano le lettere di S.Paolo, interessa certo l’interiorità ed il rapporto personale con il Signore Gesù, ma ha anche una componente etico-pratica.
Essa, d’altra parte, non riguarda solo le grandi scelte che segnano la nostra biografia, ma anche quelle pratiche che si vivono nella quotidianità e che costituiscono appunto lo stile di vita di ognuno. Non si può “essere compiuti” se la novità cristiana non trasforma anche l’esperienza di tutti giorni.
Uno stimolo forte in questo senso viene, ad esempio, dalla lettera ai Romani (Rom.12, 1-2), che invita ogni credente ad una pratica di discernimento, ad un rinnovamento della mente che renda capaci di comportamenti nuovi, anche difformi dalla mentalità di questo mondo per essere concretamente testimoni del Signore Gesù.
Parlare di stili di vita esige un discernimento dei credenti e delle comunità di fronte a grandi questioni di scala planetaria. È un’ampiezza di orizzonti che rischia talvolta di far sentire impotente chi generosamente accoglie l’appello alla responsabilità che in esse risuona.
Non a caso spesso in quei gruppi, specie giovanili, che si confrontano con tematiche di portata così vasta risuonano domande che non sembrano neppure attendere risposta: cosa possiamo fare? come è possibile incidere su meccanismi che sembrano connaturati alla nostra società?
La proposta di diversi stili di vita è anche l’indicazione della possibilità di “fare qualcosa”, nel personale rinnovamento della propria esistenza, ma anche nell’attenzione ad un orizzonte ampio. La rilevanza sociale delle scelte personali – specie quando vengono assunte da gruppi - possono essere un fattore “pesante” nel determinare il successo o il fallimento di numerose politiche.
Siamo sazi di armi e di proiettili… La fame che abbiamo e’ di giustizia, di cibo, di medicine, di educazione, di programmi realmente tesi a un equo sviluppo. Se si arriverà a rispettare i diritti umani, ciò di cui meno avremo bisogno saranno le armi e i metodi di morte… se vogliamo che la violenza abbia termine e che abbiano termine tutte le presenti sofferenze, bisogna andare alla radice. E la radice sta qui: nell’ingiustizia sociale... La Chiesa proclama la sua fede nella pace; ma la pace non può che essere frutto della giustizia. La violenza non cesserà sino a che non ne saranno distrutte le radici... La Chiesa deve denunziare ciò che viola la vita, la libertà e la dignità dell’uomo. Non chiede la vita, ma da’ la vita per difendere la vita”. (Mons. Oscar Romero) |